Traversata dei monti Brooks | Alaska

martedì 1 dicembre 2015

Di Steve "Doom" Fassbinder

La catena dei Monti Brooks è un territorio vasto, isolato e geologicamente molto antico che si estende per oltre 1000km da est verso ovest nella parte nord dell’Alaska fino in Canada. La strada di collegamento nota con il nome di Dalton Highway taglia la catena in due, est e ovest, e non ci sono strade, città, servizi o altro. Di conseguenza, poche persone visitano questi luoghi e quelli che fanno il lungo viaggio solitamente si fanno portare con un volo privato con piccoli idrovolanti.

Con l’ interesse crescente per il packrafting un numero ridotto di persone scartano l’idea di questi voli e scelgono di camminare e usare il gommone. Sono da sempre affascinato da questa regione e giocavo con l’idea di utilizzare sia la fat bike che il gommone per un’esplorazione. Durante le mie ricerche non ho trovato traccia di altri viaggi con la fat bike nella zona e quindi ho iniziato a cercare qualche tipo di tracciato, o percorso che mi avrebbe permesso di pedalare. Come per tutte le belle avventure in Alaska, il packraft (piccolo gommone portatile) sarebbe stato parte essenziale dell’equipaggiamento per entrare nel cuore della catena e poi per uscirne alla fine dell’avventura.

Per me pianificare un viaggio inizia con un’idea (in genere una pessima idea come poter pedalare in zone che qualsiasi altra persona ritiene impossibile), per poi studiare Google Earth per identificare percorsi ‘andanti’, facendomi ispirare dal paesaggio e stimando il tempo necessario. Di seguito contatto amici e conoscenti che potrebbero conoscere la zona per fare delle domande specifiche. Come per esempio “Quant’è difficile percorrere la Gola di Atigun con il packraft?” “Sarebbe possibile farlo caricando anche una bici dal peso di 15kg?” eccetera eccetera. Durante la pianificazione di questo progetto avevo il supporto di packrafters come Brad Meiklejohn, Nathan Shoutis e Roman Dial, esploratore dell’Alaska. Sono molto grato per il loro aiuto. Armati di moderni strumenti di navigazione e dati impagabili forniti dagli esperti, la rotta è stata tracciata.

I miei compagni di viaggio per questa missione erano Jon Bailey e Brett Davis, nativi di Durango, in Colorado. Jon è un artista incredibile (i poster di Dead Reckoning sono suoi) oltre ad un meccanico professionista alla Durango Cyclery e mio compagno di avventura da oltre dieci anni. Posso contare su di lui. Brett è a capo del ‘Outdoor Pursuits program’ al Fort Lewis College, ed è molto bravo con il gommone, oltre ad essere particolarmente predisposto ad affrontare qualsiasi emergenza nel bush. Siamo atterrati a Fairbanks alle due del mattino dopo oltre 20 ore di viaggio, e venimmo catapultati nel costume locale di bersi una bottiglia intera di whiskey con l’ospite locale.

Apparentemente abbiamo superato la prova, perché il nostro ospite Gareth ci ha offerto il suo nuovo furgone Sprinter per le nostre necessità di trasporto su terra. Quando dico ‘trasporto su terra’, intendo dire che dovevamo guidare verso nord per circa 600km sulla Dalton Highway. In questo caso la parola Highway significava una via di rifornimento per la costruzione del Trans-Alaska Pipeline, percorsa da grossi camion, stile Mad Max. I camionisti la fanno da padroni qui e ben presto realizzi che non vuoi farli arrabbiare, ostacolare o avere qualsiasi discussione con loro. Infatti l’abbiamo evitato. Ma siamo riusciti a rendere il furgone a Gareth dopo dieci giorni, con 1200km in più sul contachilometri, il parabrezza incrinato e ricoperto da uno strato di sporcizia che siamo riusciti a togliere solo grazie a una vagonata di monete per l’autolavaggio locale.

A questo punto forse ti viene da pensare , … mmm tanti sbattimenti per andare in un posto senza avere molte informazioni e la possibilità che non si pedali granché bene. E avresti ragione, ma, e qui le cose si fanno strane, stammi a sentire fino in fondo.

Ho la fortuna di vivere e lavorare in un posto che si può considerare la Mecca della mountainbike, con numerosissimi trail. Essere un biker a Durango, vuol dire vivere il nirvana. Ma la vita ideale di un biker si limita ad essere tutti i giorni in sella e dopo farsi una bella birra? Forse per apprezzare il paradiso bisogna sperimentare l’inferno per poi tornare e prendersi cura dei trail e dei paesaggi che abbiamo. E’ il tipo di ragionamenti che faccio per autoconvincermi che DEVO intraprendere avventure come questa nei Monti Brooks. E’ tutto una question di prospettiva.

Il nostro viaggio ha iniziato alle ore 19 spaccate sul bordo della Dalton Highway di cui parlavo prima, laddove incontra il fiume Atigun. Avevamo passato dieci ore in una scatola di latta, gareggiando con bestioni con 18 ruote, e i nostri nervi erano a pezzi ma ero impaziente di iniziare la vera avventura. Le 24 ore di luce in questa zona ci hanno regalato la possibilità di immergersi subito nell’anima del nostro viaggio; pagaiare nelle gole dell’Atigun con la muta, le bici e rifornimenti di cibo e attrezzature per dieci giorni. Avevamo speso molto tempo nella ricerca per capire se queste gole erano adatte come punto di entrata nella catena montuosa. Da una parte, è il modo migliore per entrare dalla parte est della strada, d’altro canto questo fiume è conosciuto come killer pericoloso che non perdona. Infatti, aveva quasi abbandonato l’idea di usarlo. Ma approfondendo la ricerca e col benestare dei miei consiglieri di packrafting, abbiamo deciso che il nostro gruppo aveva le qualità per poter gestire il rischio. Dopo un breve momento per caricare il cannotto siamo entrati nel canyon, lontani da qualsiasi forma di vita umana per l’intera durata della nostra avventura di 9 giorni. La natura selvaggia era davanti a noi, così vasta che il nostro viaggia a suo confronto spariva, non ne scalfiva nemmeno la superficie.

All’una del mattino abbiamo siamo usciti dall’acqua alla confluenza con il fiume Sagavanirktok. Avevamo qualche livido, ma eravamo vivi e ci trovavamo in un paesaggio di verde vallate circondate da ripide montagne grigie che bucavano una coltre di nebbia che avanzava, e che presto avrebbe oscurato il sole di mezzanotte. Ha avuto inizio la routine semplice ma molto soddisfacente di raccolta della legna, fare il fuoco, bollire l’acqua, cantare, chiacchierare, prendere freddo, alimentare il fuoco, costruire una specie di cuscino con le provviste, e abbandonarsi al sonno.

Se le preoccupazioni di Jon erano le intersezioni dei fiumi, la mia paura stava per venire a luce il giorno seguente. I prossimi 4 o 5 giorni sarebbero stati su terra. Seguire le valli fino ai passi per poi ridiscendere nelle scanalature. C’erano tre passi da attraversare e numerosi valli che li collegavano. La mia vera paura era che era la possibilità reale che non avremmo trovato terreno pedalabile. E sarei stato colpevole di aver trascinato i miei amici in un’impresa impossibile, ad un costo notevole, solo per poi dover tornare a casa. Dovevamo viaggiare per 150km attraverso la catena montuosa per arrivare alle sorgenti del fiume Ivishak, che avremmo percorso con il gommone per altri 150km verso nord, addentrandoci nella montagna verso un traguardo nel bel mezzo del nulla. Centocinquanta chilometri sarebbero stati duri da affrontare a piedi con una bici che non serviva a nulla e con il peso significativo della nostra attrezzatura.

Svegliandoci di prima mattina abbiamo perlustrato un po’ la zona e con il mio disappunto, il posto del nostro accampamento era forse l’unico punto pedalabile. Intorno solo palude artico e ripidi versanti rocciosi delle montagne. Tutti pensavamo “Sarà un disastro”.

Le prime tre ore consistevano più o meno in spingere la bici nella palude per circa due ore e mezza in tutto, e forse mezz’ora di tentativi di pedalare. Il nostro primo assaggio di pedalare nella zona artica. Fortunatamente, questa zona era la più bassa del nostro viaggio, e più salivamo, più si poteva pedalare. Ben presto ci rendevamo conto che i versanti sud-ovest delle valli erano più favorevoli all’uso delle bici. Stavamo imparando tutto sul Brooks Range.

Durante i cinque giorni a seguire abbiamo seguito i corsi d’acqua dove possibile. Continuamente alla ricerca di ghiaia, rocce e percorsi simili, evitando i versanti a nord, e facendo un sacco di rumore quando passavamo in zone dove avevamo poca visibilità. Quest’ultima cosa ovviamente per la presenza degli orsi. C’erano impronte di orsi OVUNQUE. Non ti puoi chiedere ‘se’ vedrai un orso sui Monti Brooks, si tratta di ‘quando’ lo vedrai. Il nostro ‘quando’ è arrivato il terzo giorno mentre alternavamo l’azione di pedalare a quella di spingere la bici su per un piccolo corso d’acqua nel mezzo di una valle molto larga disseminata di grossi e tozzi salici. E’ stato in incontro ravvicinato, ma dopo un ruggito poco convincente si è girato ed è scappato. Jon aveva già tirato fuori la bomboletta di spray anti-orso, ma per fortuna non serviva. Abbiamo avvistato altri tre orsi nei giorni successivi, ma mai molto da vicino.

I giorni passarono ed eravamo contornati di una straordinaria bellezza. Il quinto giorno abbiamo raggiunto la cima dell’ultimo passo, il punto più alto del nostro viaggio. Il tempo era bellissimo, ed eravamo perfettamente in linea con la tabella dei tempi. Abbiamo quindi deciso di salire sulla cima più bella accessibile da quel passo. Sulla mappa era indicata semplicemente come “Rib” (costola) ed era una delle poche cime indicate con un nome. Sembrava perfetta, ed abbiamo lasciato giù l’attrezzatura per salire la roccia calcarea con zaini leggeri. Ho scalato molte montagne in vita mia, ma nulla di quanto ho fatto può lontanamente avvicinarsi alla bellezza della vista da una cima in mezzo ai Monti Brooks. Abbiamo speso un’ora a bearci di questa vista, individuando i vari percorsi già fatti e quella da fare nel breve futuro. Nella discesa passavamo dalla parte posteriore del monte, utilizzando un tracciato creatosi nei secoli a seguito del passaggio di numerosi pecore delle nevi che popolano la zona.

Questo ultimo passo di montagna alle sorgenti del fiume Ivashak era a metà del nostro viaggio ed era il punto di partenza per la ricerca di una rotta pedalabile attraverso l’ignoto. Abbiamo festeggiato con qualche pezzetto di cioccolato e l’ultimo sorso di Jack Daniels Old #7. Ma molto presto i festeggiamenti hanno avuto fine quando la discesa si è trasformato in un burrone pieno di grossi massi, tronchi si salici e angoli ciechi. Abbiamo proseguito piano nella luce serale, incontrando alla fine una specie di diramazione dell’Ivashak e abbiamo preparato il nostro accampamento.

Il giorno successivo consisteva principalmente nel guadare la zona alluvionale, per immettersi su promettenti strisce di ghiaia che poi si rivelavano dei vicoli ciechi, ritornare all'acqua gelida e e ripetere tutto daccapo, innumerevoli volte. Alla fine i piccoli corsi d’acqua si riunivano in quello che si può definire un fiume che ci permetteva utilizzare il gommone per il viaggio di 3 giorni in uscita dalla catena dei Monti Brooks, verso le pianure infinite di North Slope.

Sono passati cinque anni dalla mia prima uscita di packrafting, e ne ho fatto tante da allora, ma rimane una cosa sorprendente che puoi arrivare al fiume, al lago, o a qualsiasi corso d’acqua, tirare fuori un gommone dal peso di poco più di 2 kg dallo zaino e proseguire pagaiando. Così anche questa volta. Il terreno non era più pedalabile, il fiume ne prese il posto ed era possibile proseguire solamente con questo mezzo incredibile. Pagaiare era un’alternativa apprezzata dopo il lento e duro progredire con le bici o a piedi. Anche le chiappe dure ne erano felici.

Per tre giorni abbiamo pagaiato nelle acque più limpide mai viste, avvistando centinaia di renne che migravano ed un solitario bue muschiato, mentre il fiume ci portava sempre più vicino al suo sfocio nel Mare di Beaufort. Un viaggio tranquillo e meditativo speso nell’ammirare il paesaggio che ci circondava, come perfetta compensazione per il duro lavoro fatto per arrivare lì. Ma proprio come i trail a Durango, non avremmo apprezzato il galleggiare tranquillamente se non avessimo dovuto soffrire l’impossibile per arrivarci. E’ tutto una questione di prospettiva, giusto?

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